Testo di Antonio Santoriello
C’è un grazioso comune molisano, immerso in un incantevole contesto naturale, che custodisce tradizioni molto affascinanti oltre a opere architettoniche di grande valore storico e artistico. Si tratta di Riccia, un accogliente e caratteristico borgo che ospita il centro storico più esteso della provincia di Campobasso. Stradine e vicoli lasciano intravedere scorci particolarmente attraenti, con dimore principesche, fontane monumentali e numerose chiese tra le quali spiccano quella della Santissima Annunziata, di Santa Maria delle Grazie e della Madonna del Rosario, dove si trova l’effige della Vergine, oggetto di una devozione che si rinnova ogni anno con la Festa dell’Uva, giunta alla 89ª edizione.

Il paese è l’unico della regione a conservare e tramandare da molti anni la tradizionale manifestazione che viene organizzata ogni seconda domenica di settembre. L’origine della Sagra è sicuramente legata ai riti che si svolgevano nella Roma pagana in onore del dio del vino Bacco ed è da collocare nei primi anni ’30, quando il regime fascista dispose che le “Feste dell’Uva” fossero svolte in tutti i comuni d’Italia. A Riccia la prima edizione documentata è del 1931 per continuare fino al 1939. Alcune vecchie foto ci consegnano istanti di una manifestazione molto simile a quelle che si svolgevano in altri luoghi del Regno d’Italia, con giovanette vestite da “pacchiane”, cesti di vimini stracolmi di uva, carri addobbati da foglie e tralci di vite e ancora canti, suoni e distribuzione di vino.

Nel corso degli anni ci sono state diverse trasformazioni, finché un salto di qualità viene compiuto alla fine degli anni ’60. Sotto la direzione di un comitato, la festa venne ripresa così com’era un tempo ma con la novità di anticiparla rispetto a quella della Madonna del Rosario. Col passare del tempo la manifestazione è andata crescendo nella partecipazione popolare e nel numero dei carri allestiti; carri diventati sempre più grandi e spettacolari nelle composizioni e nelle coreografie. Il carro è il simbolo stesso della festa e la sua realizzazione è un’impresa laboriosa e molto sentita da parte della comunità: vi si fondono fede, spirito di competizione e voglia di stupire.

Il suo allestimento è il risultato di giorni e notti di lavoro, trascorsi sulle aie di ogni contrada a tagliare tavole, a modellare forme, a incastonare acini come fossero pietre preziose fino a rivestirne ogni parte. Sui carri trovano posto i figuranti vestiti con gli abiti tradizionali, una notevole quantità di utensili e di strumenti della civiltà contadina e fedeli ricostruzioni di case, vigne, cantine e cucine. Così addobbati diventano sia degli originali “musei in movimento” sia delle allettanti “arche del gusto” da cui attingere a piene mani i prodotti e le vivande tipiche del territorio riccese. Le giornate della manifestazione intrattengono un pubblico, ogni anno sempre più vasto, con la caratteristica sfilata di carri aperta da gruppi di majorette e sbandieratori, mentre le vie del borgo sono animate da artisti di strada, concerti di musica popolare, gruppi folk e, naturalmente, le immancabili degustazioni delle migliori eccellenze gastronomiche locali.

Il lungo e variopinto corteo che si snoda nelle strade del paese è avvolto in un’atmosfera traboccante di suoni e di allegria, pregna dell’odore dell’uva pigiata e del vino versato; un appuntamento immancabile che regala il piacere di scoprire la cultura, la calorosa accoglienza e le antiche tradizioni della terra riccese.

Si ringraziano per le foto: Antonello Fanelli, Annibale Fanelli, Giada Reale, Gianpaolo Berterame, Antonio Mignogna, Gabriele Firpo
Facebook: Festa dell’uva di Riccia
