testo e foto di Vittorio Mancini

«Francesi di Nogent, tedesche di Solingen, inglesi di Sheffield… e naturalmente italiane di Campobasso»

Con queste parole, nell’articolo “Forbici e dintorni” apparso sulla rivista «Lame d’Autore» nel 2005, l’esperto Carlo Vittalone afferma che, tra le migliori produzioni europee del settore, un posto di diritto spetti a quelle del capoluogo del Molise. Forbici che, oltre a essere di eccellente qualità, sono anche eleganti, perché realizzate in acciaio traforato. Nello stesso servizio viene chiarito che mentre nei tre centri stranieri la lavorazione artigianale si è già da tempo trasformata in industriale, a Campobasso, invece, «la produzione di forbici tradizionali si è perpetuata sino ai giorni nostri, con validi artigiani che perpetuano la tradizione». Aldo Perrella, Antonio Muccino e Nicola Francescone sono i “validi” artefici che con abilità cesellano non solo forbici ma anche tagliacarte, coltelli e un’infinità di altri oggetti; in tal modo mantengono ancora viva l’originale forma di artigianato nata e sviluppatasi a Campobasso.

Quest’arte è considerata così tipica che quando giunge in città qualche illustre personaggio gli viene immancabilmente regalato un “traforato”, perché è l’oggetto che più e meglio rappresenta il capoluogo. È stato così per Papa Francesco e il Presidente Mattarella. Ma questi sono solo due fra i nomi più recenti di una lunga e straordinaria lista di personalità di spicco. Nel negozio-laboratorio di Via Cardarelli 47, Aldo Perrella espone la sua produzione ed è possibile osservarlo mentre, con pochissime concessioni alla modernità, cesella l’acciaio seguendo una tecnica ideata ormai due secoli fa.

Aldo Perrella

Per incontrare Antonio Muccino, invece, bisogna recarsi in Via San Giovanni 328. Il suo è un laboratorio-rifugio nel quale, nel tempo libero, continua a eseguire con passione tutte le fasi di quest’antica arte: disegno, bulinatura, traforo, sagomatura, riporto, cesello, punzonatura, lucidatura e pulizia finale. Perrella e Muccino sono stati allievi di Mario Villani, maestro traforatore che negli anni ’80, auspice la Regione Molise, tenne un corso di formazione professionale grazie al quale la tradizione è sopravvissuta fino a oggi. Proprio perché allievi dello stesso maestro, essi compiono gesti simili, a ben guardare, producendo oggetti sempre diversi. La caratteristica principale dei “Campobasso”, infatti, è proprio questa: ogni manufatto è unico e differente dagli altri, pur se simile nella forma.

Antonio Muccino

Nicola Francescone, invece, che ha il negozio in Via Monforte 24, è un autodidatta. Ma ha dalla sua la circostanza di provenire da Frosolone, che con Campobasso condivide il titolo di patria molisana dei coltelli, e di essere a sua volta abile ed esperto coltellinaio. Perciò, quando ha deciso di intraprendere anche lui la via del traforo artistico, ha potuto man mano specializzarsi pure in questa tecnica con sempre maggiore abilità, tanto da poter esibire un vario campionario di oggetti all’altezza della tradizione.

Nicola Francescone

Per chi giunge a Campobasso, dunque, dedicare un po’ di tempo per una visita ai tre artefici, dovrebbe essere un must. Stringere in mano i loro traforati, o magari vederli all’opera mentre li realizzano, è un po’ come compiere un viaggio nel tempo. Un viaggio iniziato più di duecento anni fa e che ora proviamo a ripercorrere. Siamo a metà del ’700. I “Mastri ferrai” di Campobasso, abili soprattutto nel produrre armi, godono già di chiara e meritata fama. Ma due avvenimenti rischiano di mettere fine alla loro attività: gli inglesi introducono il metodo di produzione dell’acciaio per fusione (rendendo le loro lame molto più economiche delle altre) e il Re di Napoli Carlo di Borbone stabilisce, nel 1750, che le armi possono essere prodotte solo nelle officine dell’area di Napoli e non più altrove. Un doppio durissimo colpo, dunque. Ma i “nostri” reagiscono: riconvertono la produzione in attrezzi agricoli e minuterie, forbici e coltelli su tutti, concentrandosi sulla qualità dei loro manufatti, mantenendola altissima proprio per poter contrastare quelli britannici.

È in tale contesto, tra la fine del Settecento e il primo Ottocento, che nasce l’acciaio traforato. Il merito è di Carlo Rinaldi e Francesco Foresta che per primi hanno l’intuizione di rendere “eleganti” le loro lame, lavorandole artisticamente. Per una fortunata coincidenza temporale, nel 1809, nascono a Napoli le prime mostre “nazionali” delle manifatture: idea nata durante il Decennio Francese, ma poi mantenuta dai Borbone ritornati al potere e portata avanti fino all’Unità d’Italia. La sistematica partecipazione degli artigiani nostrani alle rassegne, sia nazionali che universali, contribuisce a far conoscere e apprezzare in tutto il Regno i caratteristici acciai lavorati artisticamente e i loro produttori che, ogni volta, fanno incetta di medaglie e riconoscimenti. Le cronache dell’epoca si riempiono coi nomi di valenti artigiani molisani, come quelli delle famiglie Rinaldi, Villani e De Stefano e ancora Michele Gravina, Scipione Santangelo e i maestri frosolonesi Fazioli e Fraraccio. Non è un caso che anche il re Vittorio Emanuele II, venuto a conoscenza delle abilità dei maestri di Campobasso, abbia deciso di rivolgersi a uno di loro, Bartolomeo Terzano, per la realizzazione di un dono destinato a Napoleone III. Il Novecento, con le due guerre mondiali, assesta un altro duro colpo alla produzione. Ma non vengono meno né la qualità né la bellezza: altri artefici, degni successori di quelli ottocenteschi, mantengono alto, anche nel nuovo secolo, il prestigio acquisito. Tra essi spicca Nicola Mastropietro, geniale artista-imprenditore, che pure si fa apprezzare in varie rassegne in Italia e che si merita il brevetto di fornitore della Casa della Regina Madre Margherita di Savoia, alla quale invia un elegantissimo porta giornali da salotto di eccezionale fattura.

Per il suo negozio in Corso Vittorio Emanuele, realizza perfino l’insegna (la scritta Nicola Mastropietro) composta tutta da lettere in acciaio traforato di rilevanti dimensioni e di squisita raffinatezza. Se Mastropietro è stato il “faro”, non si possono tuttavia dimenticare anche gli altri maestri del ’900. Tra essi, soprattutto Giuseppe Lanza, giunto a Campobasso da Frosolone, che pur lavorando con un braccio solo, a causa di una menomazione subita in guerra nel 1917, realizza oggetti meravigliosi immortalando nell’acciaio perfino due grandi storie d’amore, per certi aspetti simili: quella di Romeo e Giulietta e quella di Fonzo Mastrangelo e di Delicata Civerra, gli “amanti di Campobasso”.

Quelli ricordati non sono soltanto nomi. Sono mani e uomini che hanno scritto capitoli di un “libro” che racconta la storia di un’arte singolare e bellissima o, se preferite, le tappe del viaggio nel tempo che abbiamo provato a raccontare in queste pagine. Ma per meglio comprendere cosa sia l’acciaio traforato, non basta leggere, non è sufficiente documentarsi, occorre anche vedere gli oggetti dal vivo, toccarli con mano e, magari, osservare gli artigiani all’opera. Che a Campobasso ci sono. E vi aspettano.