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La Civiltà Transumante

Quando sui tratturi camminavano anche le idee


testo di Guglielmo Ruggiero
foto di Dario Amorosa, Mauro Grassi e Asvir Moligal

Ormai l’inverno è alle spalle. La coltre bianca che tutto copre, generando un silenzio magico e ovattato, lascia il passo ai profumi primaverili e ai suoni della natura che, per mesi, ha atteso pazientemente di riemergere dalla quiescenza, il “sonno” ristoratore che alberi, fiori e piante si concedono nei mesi freddi e con poca luce. Il momento prossimo alla partenza è finalmente giunto. Tutto è ormai pronto. Il “massaro”, che tutto sovrintende, uomo di fiducia del “padrone” del gregge, ha organizzato il viaggio. Gli asini e i cavalli per il trasporto di tutto ciò che occorre nel lungo trasferimento sono stati preparati dai “butteri”. Il “casciaro”, preposto alla lavorazione del latte prodotto durante il viaggio, ha preparato il suo “cotturo” (caldaio di rame) e tutti gli attrezzi in legno che gli occorrono. Gli addetti alla tosatura delle pecore, i “carosatori”, affilano le lame per l’occorrenza. Il “luparo” deputato alla protezione delle pecore dagli attacchi del predatore per eccellenza, il lupo, appronta trappole e marchingegni per scongiurare aggressioni e sbranamenti. I “pastoricchi”, giovani scapoli che si occupano del guardianato del bestiame, hanno atteso entusiasti il momento che li vedrà diventare protagonisti dell’avvenimento che è parte integrante della loro vita: la transumanza. I “pastori”, con la loro esperienza e conoscenza del territorio, sono pronti a condurre il bestiame lungo i tratturi, grandi vie erbose sulle quali viaggiano greggi e mandrie. Ma non solo. Si non solo. Al termine “transumanza”, sovente, si accosta un altro termine: “civiltà”.

Civiltà della transumanza. Quasi a voler indicare una estensione culturale, una forma di appartenenza di un intero popolo fortemente e inevitabilmente legato a una pratica tanto antica quanto necessaria per la sua stessa sussistenza. Quando mi ritrovo a camminare sul tratturo, nei pressi di una taverna o di una fonte, mi soffermo a osservare il paesaggio e mi piace pensare che la transumanza non era solo uno spostamento di greggi o armenti dai pascoli invernali a quelli estivi, ma anche l’incontro tra antiche tradizioni e consuetudini diverse. Sui tratturi, oltre a pecore e vacche, camminavano anche le idee. Sì! Le idee.

E così, seduto su un muretto a secco che delimita uno dei tanti “riposi” che si possono incontrare lungo il cammino, chiudo gli occhi e quasi per incanto vedo gli uomini che a sera, intorno al fuoco, raccontano di viaggi, affari conclusi al mattino, del duro lavoro e delle famiglie che, in trepidante attesa, aspettano il loro ritorno. I pastori percorrevano interamente a piedi il trasferimento, ognuno col suo gregge o con la propria mandria, e la sera si stava insieme, riuniti, pur vinti dalla fatica. Quasi sento e vedo la polvere sollevata dal calpestio delle greggi e avverto l’odore acre del loro incedere alla ricerca di pascoli più freschi e grassi. Colori, profumi, sapori, ma anche fatica, timori, incertezze e il dover affrontare intemperie, polvere, lupi e ladri di bestiame. In sostanza, una vera e propria migrazione stagionale che, nel ’700, coinvolgeva circa cinque milioni e mezzo di capi, creando un indotto più che significativo per l’allora Regno di Napoli. Un viaggio che durava mediamente quaranta giorni. Quaranta faticosi giorni necessari per percorrere “un’autostrada” lunga dai cento ai duecento chilometri e larga sessanta passi napoletani (centoundici metri circa). “Giganti verdi” che collegavano l’Abruzzo al Tavoliere delle Puglie, con diramazioni sia verso il Gargano che verso le Murge, passando per il Molise. L’importanza economica di questa attività era tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d’Abruzzo.

Durante questo periodo gli uomini lasciavano le loro famiglie invocando su di esse la protezione dei santi, e il lungo viaggio veniva “affidato” a San Michele Arcangelo. Infatti, la devozione che i pastori della transumanza avevano per l’Arcangelo era molto grande, e per tale motivo ancora oggi troviamo lungo gli antichi tracciati tratturali edicole, piccole cappelle ma anche grandi chiese dedicate al santo guerriero che, con la sua spada, avrebbe protetto greggi e uomini dalle insidie dei lupi e dai morsi dei serpenti. Ma le radici “religiose” di questi giganti erbosi risalgono a tempi ben più antichi. Infatti, le prime vie della transumanza, con ogni probabilità, erano parte della pista che portò i Sabini su questi territori. La leggenda vuole che a quell’epoca l’emigrazione avvenisse seguendo il rito del Ver Sacrum -la primavera sacra-, un rito che le popolazioni italiche usavano celebrare per rispondere ai problemi di sovrappopolazione e di squilibrio socio-economico. Il rito consisteva nel dedicare a Marte, dio della forza vitale (e non ancora della guerra), una intera generazione di uomini e donne. Essi venivano guidati seguendo una tradizione “totemica”, ossia interpretavano i movimenti e il comportamento di un animale-guida, per trarne auspici e indicazioni sulla direzione del viaggio. Ogni tribù aveva un animale sacro agli dèi; per i Sanniti era il toro. Quel maggio del V secolo a.C. fu scelto Comio Castronio a guidare i 7.000 sacrati che elevarono questo territorio a Stato con capitale Bovaianom, a dominio delle sorgenti del fiume Biferno.

La stessa pista, a quei tempi, era nota per gli scambi commerciali tra la Sabina e l’Apulia. I Sanniti la utilizzarono come asse viario del loro Stato e della loro economia. I Romani, successivamente, ne consolidarono l’uso anche per scopi militari. È opinione degli studiosi che l’allevamento fu una colonna portante dell’economia dei Sanniti Pentri e che si trattasse di allevamento transumante. Quando i Romani, all’inizio del III secolo a.C. occuparono Safinim, che chiamarono Samnium, la pratica della transumanza e le vie ad essa funzionali divennero centrali nella vita pubblica. Roma impose imposte indirette –scriptura- sul bestiame transumante, che venivano prelevate nei luoghi di passaggio obbligato. La Saepinum romana era uno di questi luoghi. Ovviamente la rete delle vie armentizie, oggi dette tratturi, non poteva che essere tutelata e in più di qualche caso potenziata, come dimostrano le coincidenze tra tratturo e viabilità romana.

Sono queste le premesse che hanno portato la Transumanza a essere annoverata come Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. Infatti, il Comitato Patrimonio Mondiale Unesco, riunitosi a Bogotà, in Colombia, nel 2019, ha proclamato la Transumanza quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. La decisione è stata approvata all’unanimità dai ventiquattro Stati membri del Comitato intergovernativo. Si tratta senza dubbio di un prestigioso riconoscimento che rilancia il valore storico, culturale e antropologico di una pratica che, come evidenziato dall’Unesco nella sua motivazione, è «rispettosa del benessere animale e dei ritmi delle stagioni, ed è un esempio straordinario di approccio sostenibile». Nella regione Molise, questa tradizione è ancora viva grazie all’impegno e alla perseveranza della famiglia Colantuono che, da 150 anni, porta avanti con passione ed entusiasmo una consuetudine oramai divenuta un appuntamento importante e irrinunciabile per chi desidera vivere quelle atmosfere bucoliche e suggestive che solo la transumanza sa evocare. Aver incontrato Carmelina Colantuono, occhi neri profondi e lineamenti decisi e armoniosi, mi ha offerto l’opportunità di comprendere, nel profondo, cosa vuol dire “mettersi in viaggio” con mille preoccupazioni, ansie e tensioni. Carmelina è la testimonianza di chi, con caparbietà e generosità, anno dopo anno, con l’aiuto di circa trenta collaboratori, conduce la sua mandria di oltre trecento vacche podoliche da San Marco in Lamis a Frosolone. Protagoniste assolute sono le vacche che, con la loro lenta andatura, ripercorrono queste antiche vie inondando il paesaggio con il suono gioioso e costante dei “campanacci” e con i loro muggiti che riecheggiano nelle valli e nelle strade dei borghi attraversati, quasi a voler rivendicare il diritto di transitare, padrone assolute per secoli di quel pezzo di mondo e di quel pezzo di storia. Centottanta chilometri di strade, tratturelli, bracci e Regi Tratturi che toccano 2 regioni, 3 province e 20 comuni.

Insieme alla sig.ra Colantuono, ho conosciuto Nicola Di Niro, precursore e appassionato interprete di una transumanza che, in un futuro speriamo molto prossimo, possa rappresentare una più che degna “ambasciatrice” di quel turismo sostenibile, sicuro volano di ripresa per le aree interne. Ascoltare i racconti di Carmelina e Nicola è come vivere quei giorni straordinari ed entusiasmanti e sentire l’eccitazione di chi si mette in cammino alle prime luci dell’alba, per evitare le ore più calde della giornata, invece destinate a un meritato riposo che avviene in punti di sosta dove l’incontro con le comunità si rivela un vero e proprio rituale dell’accoglienza. A ogni tappa di questo affascinante viaggio, bambini, anziani e, negli ultimi anni, un numero sempre maggiore di turisti attendono impazienti di sentire in lontananza i suoni della mandria che si avvicina e di assistere allo spettacolare passaggio della lunga “processione rurale” che attraversa il centro abitato e che è memoriale di una storia antica dal sapore genuino e autentico.

La magnifica sfilata di oltre 300 bovini, guidati dai Colantuono, segue un percorso lungo circa 180 chilometri che regala numerose occasioni di assistere al “rituale rurale” più antico del Molise. Le soste previste lungo il cammino vedono momenti di tradizionale convivialità, con canti, racconti e balli, e la partecipazione di numerosi curiosi, giornalisti e turisti che giungono da ogni dove.

Percorrere a piedi, a cavallo o in mountain bike un tratturo vuol dire portare i “propri passi” su una storia millenaria fatta di commercio, di scambi, di opportunità. Ma anche una storia fatta di nuovi incontri, di amori antichi, di idee, di modi di dire. Percorrere un tratturo è come dischiudere uno scrigno di cultura popolare e di tradizioni tramandate spesso da padre in figlio che raccontano di conoscenze, usi, costumi e narrazioni. Un tesoro fatto di credenze popolari, musica, canto e danza. Un’esperienza unica, insomma, che lascia senza fiato e accende quella trepidante attesa di tornare a rivivere le stesse forti e autentiche emozioni.

Transumanza e altre meraviglie dal Molise 

 

ENGLISH VERSION

The Transhumant Civilization | When even the ideas walked on cattle tracks

by Guglielmo Ruggiero

When I walk on the cattle track and I stop to observe the landscape, I like to think that transhumance was not only a movement of flocks or herds from winter to summer pastures but also the meeting between ancient and different traditions. On cattle tracks, in addition to sheep and cows, ideas also walked.

When I close my eyes, almost by magic, I see the men who in the evening, around the fire, spoke about travels, deals concluded in the morning, hard work and families who, eagerly waiting, await their return. I almost see the dust raised by the trampling of the flocks and I feel the acrid smell of their gait, looking for fresh and fat pastures. This is a real seasonal migration that, in the 1700s, lasted even 40 days and involved about five and a half million animals, creating an important supply chain for the then Kingdom of Naples. During this long and tiring journey, which connected Abruzzo to the Tavoliere delle Puglie, men left their families invoking the protection of the saints on them, while the journey was “entrusted” to St. Michael the Archangel.

The first routes of transhumance, in all probability, were part of the track that brought the Sabini population to these territories. At the time, emigration followed the rite of the Ver Sacrum: an entire generation of men and women who were led by a totemic animal were consecrated to the god Mars. For the Sanniti, it was the bull. These people used these same tracks as the road axis of their state and their economy. The Romans subsequently consolidated its use also for military purposes. All this has brought Transhumance to be counted as Intangible Cultural Heritage of Humanity by the UNESCO World Heritage Committee, in 2019. In the Molise region, this tradition is still alive thanks to the commitment of the Colantuono family which, for 150 years, has been carrying on a custom that has now become an important appointment. Absolute protagonists are the cows that retrace these ancient ways: 180 kilometers of roads, little cattle tracks and Regi Tratturi that cross 2 regions, 3 provinces and 20 municipalities. At each stage of this fascinating journey, an increasing number of tourists look forward to seeing the spectacular passage of the long “rural procession” that crosses the town.

Traveling on foot, on horseback or by mountain bike on a cattle track means taking your “steps” on a thousand-year history made of trade, exchanges and encounters, ancient loves and ideas. It is like opening a treasure trove of popular culture and traditions often handed down from father to son that tell of knowledge, uses, customs and narratives. A treasure made of popular beliefs, music, songs and dances. In short, a unique experience that ignites that eagerly awaited return to relive the same authentic emotions.